Aiutare proprio figlio a gestire il conflitto con i pari

Di fatto non è possibile evitare che i nostri figli vivano senza alcun tipo di conflitto anche se vorremmo evitarglielo. Tutte le relazioni comportano anche discussioni e questo si impara già quando si è molto piccoli, in particolare nei rapporti con i pari. “Mio figlio non si fa mai valere”- dice una mamma alla maestra del nido- “quando gli strappano dalle mani un gioco non dice nulla”. Oppure un’altra mamma: “mio figlio non vuole che gli si tocchino i giochi e quando il fratellino gli chiede qualcosa lo morde”.

Viviamo in un’ epoca in cui ai figli si tende ad evitare qualsiasi piccolo turbamento. Il tentativo di far crescere i nostri figli sotto una campana di vetro viene però spesso interrotto dalla relazione con i pari siano essi fratelli, cugini o compagni. La relazione con i pari diventa quindi una difficile scommessa per i genitori. Se sappiamo che nelle relazioni “ci si può fare male”, abbiamo anche la consapevolezza che è un’importante opportunità per imparare a stare con gli altri, a gestire le piccole frustrazioni quotidiane, ad ascoltare l’altro, ma nello stesso tempo a poter considerare e far valere i propri bisogni.

opportunità per imparare a stare con gli altri, a gestire le piccole frustrazioni quotidiane

Ovviamente non possiamo pretendere che un bambino possa già avere tutte queste abilità anche perché sappiamo che lo sviluppo cognitivo va per tappe e se il bambino è nella fase dell’egocentrismo difficilmente riuscirà se non è incoraggiato a tenere in conto l’altro. Ma è importante che come genitori ed educatori possiamo leggere i loro comportamenti, le loro ansie le loro paure e poco per volta insegnare loro a gestire le emozioni sia positive sia negative che immancabilmente le relazioni creano.

Come possiamo, quindi,  insegnare ai nostri figli a gestire i piccoli conflitti quotidiani in un modo il più possibile adeguato e costruttivo in modo che man mano con la crescita possano acquisire maggiormente questa abilità?

Ci sono alcune semplici abilità che si possono insegnare ai bambini per gestire meglio il conflitto e la relazione stessa.

Ciò non toglie che in alcuni casi dove il grado di malessere del bambino o del ragazzo sia di una certa importanza sia necessario rivolgersi a un professionista per approfondire il problema e trovare adeguate soluzioni.

In particolare vi presentiamo tre abilità che possono aiutare i bambini o i ragazzi nel momento del conflitto.

1 Aiutare i bambini e i ragazzi a “vedere con gli occhi degli altri” cioè a rendersi conto che ci sono dei punti di vista diversi dai loro.

I bambini e gli adolescenti fanno molta fatica a mettersi nei panni degli altri, a trovare degli aspetti di empatia. Questo perche nell’infanzia e ancora nella preadolescenza il loro pensiero è sostanzialmente egocentrico.

Non è strano che un bambino quando andiamo a prenderlo all’asilo ci venga incontro piangendo dicendoci “Gabriel mi ha preso  il gioco e ora non vuole più darmelo. Probabilmente noi, stanchi e affaticati dalla giornata,  tutto quello che vorremmo fare è andare a casa con il nostro bambino, ma è importante, in casi simili a questo, aiutare nostro figlio ad affrontare il conflitto.

Innanzi tutto possiamo empatizzare con lui e dimostrargli interesse per i suoi sentimenti di rabbia e di sconforto di quel momento. Poi chiedere come mai Gabriel gli avesse preso il gioco, forse era tanto che ci giocava e voleva giocarci anche lui? Forse quel gioco era molto bello e attirava le attenzioni di Gabriel e forse la prossima volta potrebbero provare a giocare insieme.

Certamente non sarà possibile comunicare sempre in questo modo, ma sintonizzandoci sulle loro emozioni e poi cercando di mettere l’attenzione anche sui sentimenti del rivale/antagonista (che spesso è il fratello o il compagno) possiamo incoraggiare atteggiamenti empatici nei confronti dell’altro che possono aiutare a superare il conflitto.

Il considerare la mente e i sentimenti dell’altro mette in moto l’emisfero destro e la parte superiore del cervello che è quella implicata nelle relazioni adulte ed appaganti.

2 Rendersi conto della comunicazione non verbale per provare a sintonizzarsi sui sentimenti degli altri.

Insegniamo ai nostri figli ad ascoltare ciò che l’altro dice. A scuola imparano ad ascoltare i maestri, ma spesso ci dimentichiamo che non esiste solo un linguaggio verbale, il linguaggio non verbale costituisce una parte importante della comunicazione. I bambini fanno fatica a leggere questo linguaggio che mette in moto l’emisfero destro.

Far notare a un bambino o a un ragazzo che anche se il suo amico che ha preso un brutto voto dice che va tutto bene, ma lo dice con gli occhi lucidi e le spalle ricurve significa che, in realtà c’è rimasto molto male, aiuterà il ragazzo a prendere coscienza della complessità del linguaggio. E’ importante anche fargli notare che anche lui a volte si comporta così. Magari torna a casa e dice che va tutto bene, ma qualcuno si accorge che è triste e affaticato, e, tal volta, nella giornata può venir fuori che ha litigato con un compagno o che è stato sgridato dalla maestra. Spesso i genitori si lamentano del fatto che i figli non raccontano loro cosa succede a scuola o con gli amici, ma spesso i ragazzi ci parlano: usano però un linguaggio non verbale!

3 Insegnare che anche dopo una lite si può “riparare”, le relazioni sono fatte anche di conflitto, l’importanteè sapere sistemare le cose dopo un litigio.

Chi è più spaventato dall’aggressività e dal poter mostrare la propria rabbia spesso è perché pensa che quando c’è una forte dose di aggressività la relazione immancabilmente si spezzi non possa sopravvivere.

E’ necessario aiutare i bambini e i ragazzi a considerare che anche in una situazione di conflitto esiste sempre un “noi” da tenere a mente. Se un bambino fa qualcosa che riteniamo sbagliato può farci arrabbiare, ma continuiamo a volergli bene! E’ importante che i bambini percepiscano che l’errore è modificabile che possono migliorare e che tutti anche gli adulti possono sbagliare, ma che comunque qualsiasi azione, per quanto deplorevole, non implica inesorabilmente una interruzione della relazione affettiva.

Una mamma si arrabbia perché il figlio non ha messo a posto la stanza dopo aver giocato può dirgli: “ti sei comportato male” e non “non fai mai niente di quello che ti dico!”. “Mettere a posto la stanza è importante mi piace quando lo fai”. La mamma è arrabbiata, ma continua a voler bene a suo figlio! Così il bambino o il ragazzo impara che può essere arrabbiato, ma continua ad avere una relazione con la persona con cui è arrabbiata.

Imparare a scusarsi, a fare un passo indietro, è importante, ma è solo il primo passo verso una riconciliazione. Bisogna insegnare ai bambini che se rompo un gioco a mio fratello perché sono arrabbiato poi posso scusarmi, ma posso anche rimetterglielo a posto o fare qualcosa che a lui faccia piacere.

Dalla nostra nascita (ed ancor prima!) siamo immersi nelle relazioni, ma la fatica a gestirle e a gestire le emozioni che queste ci suscitano è grande e dobbiamo imparare a farlo come impariamo a leggere a scrivere o a fare di conto. L’importante, come genitori e come educatori non è non sbagliare mai: può capitare a tutti di avere atteggiamenti impulsivi, di non ascoltare abbastanza o non essere in grado di gestire situazioni difficili. L’importante è soffermarsi su quello che è successo e imparare, come fanno i nostri figli, a ragionare su ciò che avviene nella relazione portare lì la nostra attenzione e non solo sui risultati scolastici, sportivi o altro. Una volta compreso cosa è successo, così come possiamo insegnare loro che c’è tempo e spazio per rimediare possiamo farlo anche noi! Sarà un buon esempio!

Un articolo a cura della Dott.ssa Marta Livio | tel. 0039 366 5214982  | www.animaeforme.it

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